Testimonianze pubblicate
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Per qualche epatite in più

Salvatore Marrari (Calabria)

Era il lontano 1996, per un sassolino dentro il pane che mi aveva causato la rottura di un molare, fui costretto a ricorrere alle cure di un dentista che operò subito usando il normale trapano, prima di estrarre la parte del dente rotto. E fin qui tutto si svolge nella massima normalità.

Circa un anno dopo, di buon mattino, fui chiamato da un amico il cui figlio necessitava urgentemente di sangue del mio gruppo B+ e mi recai in ospedale al reparto di ematologia per il rituale prelievo.

Tornai a casa contento di aver fatto il mio buon dovere, ma, dopo una ventina di giorni, mi arrivò una letterina chiusa da parte di quell’unità ospedaliera dove chiedevano un colloquio per urgenti comunicazioni. Pensai a qualche forma di ringraziamento sociale, anche perché, dopo il prelievo, nella stanza accanto, avevo fatto l’adesione all’A.I.L. Purtroppo non fu ciò che pensavo, mi si comunicò, con rammarico del medico di turno, che avevano riscontrato nel mio sangue il virus dell’epatite C. Una dottoressa mi fece una anamnesi e accertato che l’unica fonte di infezione poteva essere stata l’intervento dentistico, dato che non avevo mai avuto interventi di nessun genere, ne trasfusioni, ne rapporti sessuali con estranei. Corsi subito in un reparto specifico e mi fecero RNA e genotipo, risultai positivo con genotipo 2, magra consolazione per me quando mi dissero che nella sfortuna ero fortunato perché avevo nel mio sangue il tipo più attaccabile. Mi rivolsi ad un reparto di gastroenterologia e rilevarono le transaminasi poco fuori dal limite, mi fecero una biopsia epatica e ancora non avevo avuto alcun danno, passai alla cura con vecchio interferone, una puntura a giorni alterni per sei mesi, e non ottenni alcuna guarigione. Dopo un periodo di riposo, riattaccarono con interferone e ribavirina (presa gratis in ospedale con la scritta “uso compassionevole” e capii che era una sperimentazione). Anche questa volta non ottenni nulla, solo il rientro delle transaminasi.

Rimasi fermo per qualche anno e riattaccai con la stessa terapia per altri sei mesi. Ancora nulla e a quel punto fui assalito dallo sconforto, ma leggendo la rivista dell’associazione EPAC, con la quale avevo intrapreso buoni rapporti, mi accorsi che una nuova terapia era in sperimentazione, ribavirina e interferone peghilato.

Lessi anche che a Reggio Calabria era stata adottata dall’epatologo Nicola Brandolino e presi un appuntamento. Analisi, ecografie, visite e, finalmente, la nuova terapia: dopo un mese già negativizzato e transaminasi rientrate nei limiti. Sei mesi più tardi, dopo tanti effetti collaterali, risultai ancora negativo. Feci una pausa di altri sei mesi e poi ripresi la terapia per sole 12 settimane. Adesso risulto negativo da oltre sette anni, l’ultimo esame l’ho fatto a giugno 2016. Sono sempre sul chi va là e ho la continua paura di eventuali complicazioni epatiche, ma dovrei averla scampata. Ben volentieri ho redatto questa mia spontanea relazione contattato prima telefonicamente dall’EPAC e poi raggiunto da email, spero che, pubblicata, possa essere utile a qualche sfortunato amico che segue gli articoli di questa meravigliosa associazione.

Salvatore Marrari (Calabria)